Un SÌ deciso contro l’allevamento intensivo

Svolgo da quasi quarant’anni la professione di veterinario di condotta, mi occupo quindi di animali da reddito e di grossa taglia, il loro benessere mi sta profondamente a cuore. 

Sono favorevole all’iniziativa contro l’allevamento intensivo pur conoscendo bene la situazione dei contadini e le difficoltà connesse alla loro attività. 

Un “sì” porterebbe in primo luogo alla qualificazione dell’animale come essere vivente e non come “cosa”, ciò che purtroppo avviene ancora in molti paesi. 

In Svizzera il numero degli allevamenti intensivi è ridotto e si colloca piuttosto nella Svizzera orientale e sull’altopiano. In Ticino, dove opero, e in altri cantoni dal rilievo più montano, questa pratica è inesistente, l’iniziativa non porterebbe quindi alcuno svantaggio alle piccole-medie aziende dove il numero degli animali è contenuto e di conseguenza è possibile praticare una cura più attenta.

Negli allevamenti intensivi i bovini raggiungono almeno le cento unità. Sono animali sottoposti a grande stress poiché ci si aspetta che la loro produzione di latte sia ottimale, oltre i 40 litri al giorno!

Questa produzione innaturale riduce le gravidanze e la conseguente lattazione, comporta seri problemi a livello di salute e di conseguenza un aumentato consumo di medicamenti. Gli animali sono “prosciugati” e quando non producono più una sufficiente quantità di latte, a causa delle mancate gravidanze dovute al regime intensivo, vengono mandati al macello. 

In un cantone della Svizzera centrale gli allevamenti intensivi di maiali hanno lasciato nel terreno una quantità tale di residui azotati da provocare l’inquinamento di un lago, risanato in seguito grazie a mezzi finanziari pubblici.

Un altro problema risiede nel foraggiamento. Poiché negli allevamenti intensivi la superficie è totalmente occupata dagli animali, non è possibile ricavare il necessario foraggio locale. Si deve quindi far capo a forniture esterne e a quello estero, coltivato in paesi che sacrificano terreni agricoli per l’esportazione di cibo per animali piuttosto che per la produzione di cereali o legumi per la popolazione indigena, che si trova spesso in stato di necessità. Non vi è inoltre alcuna garanzia che il foraggio importato sia privo di pesticidi o sia stato coltivato in terreni guadagnati grazie al disboscamento selvaggio.

Le abitudini alimentari che si sono modificate nel tempo, i cambiamenti climatici e la sensibilità ecologica sempre più diffusa fra la popolazione suggeriscono la sparizione degli allevamenti intensivi. 

Il consumo di carne diminuisce costantemente, mentre aumenta la richiesta di prodotti vegetali e soprattutto biologici.

La riduzione degli animali da reddito comporterebbe il recupero di superficie coltivabile e quindi di maggior produzione locale anche per la popolazione (legumi, cereali…).

Minori residui tossici nel terreno e nelle acque contribuirebbero a tagliare le spese di risanamento e a destinare terreni “ripuliti” all’agricoltura responsabile.

Le piccole aziende di montagna, non possono colmare le lacune produttive del piano a causa della conformazione del territorio. Oltre ad avere un’attività più faticosa e meno retribuita esse favoriscono il mantenimento dei prati e delle zone di pascolo ostacolando l’avanzare del bosco. Queste piccole aziende possono contare solo su una ridotta produzione casearia e di carne, mentre quella agricola si limita alla coltivazione di patate e segale. I prati, spesso in pendenza e su rilievi difficili sono destinati allo sfalcio per l’ottenimento del fieno invernale. 

Una ragionevole diminuzione dei capi negli allevamenti intensivi a favore di una maggiore superficie coltivabile porterebbe vantaggi finanziari ai contadini stessi, mentre i costi ambientali risparmiati potrebbero essere versati in forma di contributi diretti soprattutto alle famiglie contadine che operano in condizioni difficili.

Dr. med. vet. Marco Zanetti

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