Vedo spesso chi si spende politicamente non spendersi altrettanto umanamente. La vera rivoluzione forse politica, umana, è quella della cura verso sé stessi e verso gli altri. Tutto il resto è rimanere in questo gioco della finta opposizione. Di fronti che si combattono sulla carta ma che paradossalmente quando c’è da tutelare fanno blocco nel prendere le decisioni sbagliate. Il problema non sono le persone bisognose di cura ma il contesto in cui vivono. Al netto di problemi economici e dinamiche di partito, le poche risorse a disposizione sarebbero messe sulle mattonelle giuste.
Non si risolverebbe tutto in automatico ma saremmo molto più tranquilli. A oggi chi prende le decisioni sulla cura sono persone che per ora, la loro di salute, non la vedono vacillare e che con qualche slogan elettorale o rampa qua e là fanno gli inclusivi di cartone. Questa gente di salute e minoranze non ci ha mai capito nulla. Però si credono migliori. Ancora una volta la retorica vende molto più della verità.
Cari, per essere migliori di qualcuno bisogna anche dimostrarlo. Serve che le risorse siano usate bene, che se esistono davvero abusi sia l’autorità a controllare. Non che per colpa di alcuni ci vada di mezzo un sistema che permette autonomia. Perché non siamo l’ultimo anello della catena che prende valore solo quando la politica ha bisogno di essere riconosciuta altruista.
Il Gran Consiglio credeva che il nostro reagire fosse figlio di un’indignazione passeggera. Si è parlato di numeri: la nostra arrabbiatura è reazione a un mondo che crede che i bisogni per capirli devi sentirli addosso, che il concetto “dell’aver bisogno” debba avere il tempo per essere approfondito come qualsiasi altro tema. Noi non abbiamo tempo, la nostra salute che declina non fa numero nelle statistiche visto che non siamo mai la notizia in prima pagina. La nostra vita è spesso lettera morta.
La frustrazione dell’indifferenza parte dai tanti “mi dispiace, ci abbiamo provato a far diversamente” da parte di chi avrà bisogno di credibilità quando ci sarà da decidere chi resta al potere. Noi non dimenticheremo. Perché quelle stesse persone a cui voi state dimezzando risorse sono storie, esseri umani che voi state surclassando. Il peggior cinico è chi, sapendo di stare meglio, non aiuta. In questi giorni persone di tutti i partiti hanno detto la loro, ma se penso al livello del dibattito pubblico il fatto di parlare non è un “tana libera tutti” sull’attualità. Bisogna sapere cosa si dice. La banalità del male sta tutta qui: le persone che stanno bene continueranno a fare la loro vita, festeggeranno per altri traguardi, avranno altre battaglie da combattere. Ma le persone per le quali il focus è la salute e la libertà saranno sole. Solidarietà sì, ma di facciata. Discorsi inclusivi, il discorso dell’attesa di tempi migliori. Quando la coperta è corta le priorità devono essere le persone. Non fateci diventare un problema. Perché i problemi si evitano e si risolvono solo e soltanto se ci toccano da vicino. Le lacrime di coccodrillo non ci commuovono. Le chiacchiere stanno a zero.
Chi di dovere capisca che per colpa sua tante persone sceglieranno di non scegliere sé stessi e questo peserà sulla coscienza di chi ha scelto di non scegliere o di stare con chi non può permettersi una scelta. Tira una bruttissima aria, ma noi siamo crisalidi che sanno resistere ai temporali. Triste che siano creati da chi non sa cos’è una tempesta.
Articolo di Denise Carniel, consigliera comunale PS, apparso su LaRegione il 27 aprile