Servizio civile: una riforma sproporzionata e dannosa

Il 14 giugno voteremo sulla modifica della Legge sul servizio civile. Presentata come misura per rafforzare l’esercito, questa modifica colpisce il servizio civile, uno strumento efficace che ogni anno produce quasi due milioni di giornate di lavoro a beneficio della collettività. I civilisti sono presenti in ospedali, case anziani, istituti sociali, scuole, strutture per l’infanzia, progetti ambientali e aziende agricole, offrendo un contributo concreto ogni giorno. Il punto non è scegliere tra esercito e servizio civile, ma evitare una riforma sproporzionata. Contrariamente a quanto sostenuto dai favorevoli, l’esercito non è attualmente a corto di effettivi: l’effettivo reale più recente è di 146’974 persone, oltre il limite massimo legale di 140’000. È legittimo discutere dell’evoluzione futura degli effettivi, ma è sbagliato proporre una revisione così drastica. Inoltre, il servizio civile non è una scorciatoia. Chi lo sceglie deve prestare una volta e mezza i giorni rimanenti rispetto al servizio militare, rendendolo una scelta più lunga e impegnativa, non più comoda. La via del servizio civile nasce da un principio fondamentale: l’obiezione di coscienza.
In uno Stato democratico, una persona deve poter esprimere la propria incapacità di conciliare il servizio armato con i propri principi morali, religiosi, politici o umanitari. Questo diritto non va assolutamente banalizzato. Un conflitto di coscienza può anche emergere dopo aver iniziato il servizio militare. Non tutti arrivano alla scuola reclute con idee già ben definite. Alcuni cambiano prospettiva confrontandosi con l’esperienza concreta, con l’uso delle armi, con la disciplina militare o con il proprio senso personale del servizio. Rendere più difficile questa scelta significa punire chi matura un conflitto di coscienza dopo un percorso reale. La revisione introduce sei irrigidimenti significativi. Tra questi, l’obbligo di prestare almeno 150 giorni di servizio civile, anche quando i giorni militari rimanenti sarebbero notevolmente inferiori. Si aggiungono l’estensione del fattore 1,5 a ufficiali e sottufficiali, l’obbligo di prestare servizio ogni anno, un impiego lungo di 180 giorni già dopo la scuola reclute, il divieto di passare al servizio civile per chi resta soggetto solo al tiro obbligatorio e il divieto di impieghi legati agli studi in medicina umana, odontoiatria o veterinaria. L’obiettivo dichiarato dal Consiglio federale è ridurre le ammissioni al servizio civile del 40%, passando da oltre 7’200 nel 2025 a circa 4’000 all’anno. Questo comporterebbe meno civilisti e, di conseguenza, meno sostegno e servizio in settori cruciali come quelli menzionati. Inoltre, non è garantito che una riduzione del servizio civile si traduca automaticamente in un aumento del numero di soldati. Lo stesso Governo riconosce che il servizio civile è solo uno dei fattori che influenzano gli effettivi dell’esercito. Il rischio concreto è quindi ottenere meno servizio civile senza un effettivo rafforzamento dell’esercito. Una politica seria deve bilanciare sicurezza, proporzionalità e utilità pubblica. Indebolire un servizio che funziona e che apporta un contributo concreto alla società non è una soluzione. Il 14 giugno si vota contro una revisione sbagliata, eccessivamente rigida e inefficace. È necessario un chiaro No alla modifica della Legge sul servizio civile.

articolo di Niccolò Mazzi-Damotti, membro di direzione PS Ticino, apparso il 9 giugno 2026 su laregione

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