Quella vergogna di dirsi sovranisti

Con un birichino giochetto di parole Marco Chiesa ha spiegato dalle colonne di questo giornale di essere sovranista perché in Svizzera il sovrano è il popolo. A parte il fatto che, secondo questa bislacca teoria, solo chi dovesse contestare la democrazia semi-diretta elvetica, quindi praticamente nessuno, potrebbe non definirsi sovranista, il Consigliere agli Stati scappa dal reale significato del termine, che ha a che fare con il nazionalismo, con la tendenza alla facile conflittualità con gli altri Paesi, soprattutto se sovranisti o nazionalisti anch’essi, con l’instabilità e l’insicurezza causate dal mostrar di muscoli che non di rado accompagna questa postura, con le ritorsioni unilaterali.

Ogni Paese fa i propri interessi, è ovvio, ma nei rapporti con gli altri può scegliere se essere cooperativo, cercando quindi di capire anche le ragioni degli altri e di trovare soluzioni vantaggiose per tutti, o se essere conflittuale. Piaccia o meno al Consigliere agli Stati ticinese, i sovranisti sono purtroppo inclini a scegliere facilmente la seconda strada, con gli effetti negativi che possiamo osservare.

Il sovranista che momentaneamente siede alla Casa Bianca, salutato con grande soddisfazione dal partito di Chiesa al momento della sua elezione, ha mostrato al mondo, Svizzera compresa, cosa significa questo termine attraverso l’offensiva dei dazi, e lo ha fatto con delle chiare ritorsioni unilaterali, incredibilmente accolte in Svizzera come un «successo». La sovranista che momentaneamente governa a Roma, anch’essa salutata con favore dall’UDC elvetica al momento del suo insediamento, lo ha fatto di recente contro la Svizzera con un imbarazzante spregio per la separazione dei poteri, ma soprattutto con una trovata fiscale unilaterale dolorosa per una parte della nostra economia. Sono solo due esempi, che tuttavia mostrano bene dove porta davvero l’approccio sovranista nei rapporti tra Paesi.

Nelle relazioni con l’Unione europea, perché è lì che vuole andare a parare Chiesa, il metodo è sempre stato un altro. Anni di trattative, per capire su quali punti entrambe le parti vedessero vantaggi, un ritorno alla casella di partenza deciso dalla Svizzera, un nuovo round negoziale ed ora una scelta da fare. Nessun ricatto, nessuno sberleffo, nessun ritiro di ambasciatori, ma la messa a punto di un contratto, che si può firmare o non firmare liberamente.

Come dice Chiesa, ovviamente in Svizzera il popolo è sovrano ed ha sempre l’ultima parola. Anche sui contratti che non prevedono solo vantaggi per la parte svizzera. Più e più volte si è espresso negli ultimi vent’anni sugli accordi con l’Unione europea e sempre ha accettato di consolidarli, assumendosene le conseguenze, in totale libertà e autodeterminazione. Benissimo che si raccolgano le firme per un’ennesima votazione, ma senza drammatizzazioni, perché le imposizioni, gli aut aut veri, non vengono da Bruxelles, ma dagli «amici» sovranisti.

Articolo di Manuele Bertoli, già consigliere di Stato, apparso l’11 febbraio sul Corriere dek Ticino

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