La revisione totale della Legge sulla polizia è passata dopo una lunga gestazione e un dibattito parlamentare che ha, se possibile, peggiorato il progetto uscito dalla commissione. Più che a un dibattito, si è assistito a un festival del «non disturbate il manovratore», come se ogni modifica proposta potesse minare un impianto bello, solido, inattaccabile. Che si tratti di una legge con molte ombre, lo testimonia l’intervento di Claudio Zali («Dire sì presuppone una grande fiducia. Come sempre la differenza la faranno le persone più che le leggi») come lo testimonia la dichiarazione di uno dei relatori (Alessandro Mazzoleni) a Teleticino: «Se ci sarà qualcosa da correggere, lo faranno i giudici e i tribunali» Come dire: noi ci proviamo e se la va, la gha i gamb. Non è un bel modo di mettere in campo una legge essenziale perché riguarda la sicurezza, la libertà e la democrazia. Sono i valori che la Polizia è chiamata a difendere e so benissimo che gli agenti che agiscono sul territorio hanno un compito delicato, a volte pericoloso. Dunque vanno tutelati. Non li si tutela rifiutando di scrivere nella legge che vanno tenute in considerazione le esigenze dei minori. Non li si tutela se si scrive che «in base a proprie percezioni la polizia svolge indagini preliminari per stabilire se sussistono atti punibili da prevenire o chiarire». Non li si tutela se si inserisce il concetto di «persone che disturbano la sicurezza o l’ordine pubblico».
La genericità di termini come «percezione» o «disturbo» apre il campo a interpretazioni e valutazioni che non fanno bene agli stessi agenti. È poi triste che si debba proporre di dire «la Polizia agisce senza discriminazione », dovrebbe essere implicito. È ancora più triste però che si sia bocciata la proposta, perché la polizia ha bisogno di linee guida esplicite e chiare, non di formulazioni vaghe e di concetti applicabili a geometria variabile. E che dire della possibilità di identificare persone con apparecchi mobili telecomandati per garantire il mantenimento dell’ordine pubblico? C’è uno strepitoso e inquietante racconto di Philip Dick, si intitola Minority Report (Rapporto di minoranza), descrive un mondo nel quale delle creature definite precog vedono in anticipo i crimini che verranno commessi, permettendo alla polizia di intervenire. C’è però un caso nel quale uno dei precog la vede diversamente dagli altri, ma il rapporto di minoranza viene cancellato per non disturbare il manovratore. Non vorrei che Claudio Zali fosse il precog di minoranza raccontato da Dick.
Articolo di Maurizio Canetta, parlamentare PS in Gran Consiglio, apparso sul Corriere del ticino il 29 aprile 2026