Quando il passato torna a interrogarci

Il ritorno dei fascismi non è un fenomeno marginale né confinato a frange folcloristiche. È parte integrante di una più ampia deriva autoritaria che attraversa molte democrazie occidentali, alimentata dalla crisi di fiducia nelle istituzioni, dalle incertezze per il proprio futuro e da un uso spregiudicato del nazionalismo. Queste dinamiche trovano oggi nuova legittimazione anche sul piano internazionale. Normalizzate, rafforzate e rese socialmente accettabili da Donald Trump, che ha mostrato quanto fragile possa diventare lo Stato di diritto quando il potere scredita sistematicamente i contrappesi istituzionali, i media indipendenti, le donne, le minoranze, riduce il diritto internazionale da garanzia collettiva a ostacolo, e utilizza la forza per reprimere e imporsi, come sta accadendo in questi giorni a Minneapolis e in altre parti degli Stati Uniti.

Accettare l’autoritarismo significa accettare che i diritti umani siano negoziabili, che il potere, il denaro e le frontiere contino più delle persone, che la forza bruta possa sostituire la legge. È lo stesso terreno disumanizzante su cui, negli anni Trenta del Novecento, attecchirono nazismo e fascismo. Oggi più che mai è quindi indispensabile non stare a guardare, ma reagire pacificamente e con strumenti democratici a queste tendenze nefaste. Il Giorno della Memoria è un’opportunità che va colta nella società e nelle scuole per rafforzare il pensiero critico a fronte di queste derive pericolose. Guardare al passato – all’immane tragedia costituita dall’Olocausto – come pure riconoscere e contrastare le violazioni dei diritti umani e le dinamiche autoritarie di oggi significa rendere giustizia alle vittime di allora e credere nella solidarietà come strumento concreto per contrastare la prepotenza e la legge del più forte.

Il 31 gennaio a Brissago verrà posata una targa commemorativa dedicata alle operaie della Fabbrica Tabacchi e la popolazione locale che, nell’autunno del 1944, si opposero con successo al respingimento di profughi in fuga dal nazifascismo, bloccando fisicamente le guardie di frontiera che stavano indirizzando donne, bambine e bambini verso un destino segnato. Ottant’anni dopo, di fronte a nuove crisi e a politiche di chiusura sempre più aggressive, quella scelta concreta di solidarietà parla direttamente alle nostre coscienze. Accanto a questa eredità civile vi sono però, nel nostro Cantone, anche segnali opposti e inquietanti. A Lodrino, ignoti hanno imbrattato pochi giorni or sono con svastiche e la scritta “duce” il monumento che ricorda il volo antifascista su Milano del 1930. Un atto politico che non va ridotto a ignoranza e vandalismo. Colpire la memoria di Giovanni Bassanesi e Gioacchino Dolci significa tentare di riscrivere la storia, ribaltando il senso della lotta per la libertà democratica e disconoscendo il valore di quelle resistenze che hanno reso possibile vivere oggi in pace e in uno Stato di diritto. Questo episodio conferma che il (neo)fascismo non vive solo nei discorsi globali o nei social network, ma si manifesta pure nello spazio pubblico locale, sfidando apertamente i valori costituzionali e la convivenza civile.

Tra Brissago e Lodrino si disegna una linea di demarcazione chiara: da un lato la memoria come scelta attiva, capace di orientare l’azione presente; dall’altro la memoria come bersaglio, da colpire perché ostacolo alla normalizzazione dell’autoritarismo.

In un contesto internazionale in cui il diritto viene eroso, le istituzioni multilaterali indebolite e i nazionalismi e l’uso della forza rilanciati come falsa risposta alle paure sociali, ricordare non basta. Occorre prendere posizione. Il Giorno della Memoria ci rammenta che il fascismo non è nato all’improvviso e che può manifestarsi ancora, qualora l’indifferenza prevalesse sulla solidarietà e la forza sulla legge. Sta a noi decidere da che parte stare.

Articolo di Marina Carobbio, La Regione 27 gennaio

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