La recente decisione dell’Ue di rivedere il divieto della vendita di auto a combustione interna previsto per il 2035 de facto non cambia molto, salvo dar speranze di continuare a produrre complessi e costosi motori a scoppio a condizione che in media le nuove immatricolazioni dal 2035 possano emettere solo il 10% di gCO2/km per rapporto al 2021. Inoltre dovranno essere prodotte con acciaio verde e consumare solo carburanti bio o syn, roba rara e costosissima.
Un ripensamento più simbolico che pratico, per accontentare coloro che in Europa contestano perfino le pompe di calore. Sappiamo che la destra in Germania (Cdu, Fdp 2009), Spagna (Rajoy 2014), Gran Bretagna (Cameron 2014) aveva fermato politiche incentivanti il fotovoltaico o l’eolico, lasciando il campo libero alla Cina che nel frattempo ha conquistato il mercato mondiale del fotovoltaico e in buona parte quello eolico. Oggi la Cina incassa con l’esportazione di tecnologie verdi più di quanto facciano gli Usa con l’esportazione di combustibili fossili.
E dal 1° gennaio 2026 la Cina ha inasprito le norme per le automobili definendo i limiti secondo il consumo (litri/100 km) e non più le emissioni (CO2/km), scartando quello che l’Ue invece concederà, cioè carburanti bio o syn (2,57 l/100km per auto fino a 1’090 kg e 4,7 l per oltre 2’500 kg). Idem per le auto elettriche che per poter usufruire dei sussidi dovranno consumare meno (auto da 2’000 kg massimo 15,1 kWh/100 km).
La Cina quindi spinge l’industria automobilistica, che già domina il mercato elettrico, a produrre auto ancor più efficienti e contrariamente all’Ue alza l’asticella alle auto con motore a scoppio. Cina che da tempo favorisce l’elettrico con normative inizialmente mirate a ridurre l’inquinamento atmosferico nelle grandi metropoli, creando le basi per un’industria propria frenando le importazioni.
Chiaro che un Paese che ha visto l’industrializzazione e la motorizzazione svilupparsi solo negli ultimi decenni ha potuto costruire un’innovativa filiera industriale ex novo, non frenata da un’industria esistente che occupa il mercato e che produce auto sempre più pesanti che erodono buona parte dei modesti progressi tecnologici del vetusto motore a scoppio.
Politica ambientale ma anche industriale cinese lineare e duratura che ha generato grandi innovazioni, in particolare nelle batterie che primeggiano sia tecnologicamente che nei costi anche grazie alle ragguardevoli economie di scala raggiunte.
Per l’Europa che dopo aver puntato, barando e fallendo, sul diesel “pulito” non ha saputo innovare la motorizzazione, la situazione è simile a quanto successo con l’industria orologiera svizzera 60 anni fa. Ci illudevamo che il primato svizzero nella meccanica di precisione non potesse essere intaccato dalla nascente microelettronica, fin quando l’emergente Giappone ha messo sul mercato orologi elettronici al quarzo più precisi e a minor costo dei nostri meccanici colpendo duramente la nostra industria orologiera. L’amore per i motori a scoppio era presente anche nelle nostre alte scuole, l’auto elettrica non veniva considerata un’opzione per presunti insormontabili limiti delle batterie. Si studiavano motori ibridi, pneumatici o altro sostenendo – come molti fanno ancora oggi – che fosse possibile raddoppiare l’efficienza del motore a scoppio. Si raccontava di motori a benzina che emettono meno sostanze tossiche di quelle che aspirano.
Ipotesi disattese, l’elettrico si è fatto strada, il rendimento energetico è nettamente più elevato, costi sempre più bassi, e mentre la Cina accelera definendo tempo fa nuove norme per il 2026, l’Ue adesso decide di rallentare.
Articolo di Bruno Storni, consigliere nazionale PS, apparso su LaRegione l’8 gennaio 2025