Il dibattito sul sovradimensionamento dei Piani regolatori riguarda il rispetto della volontà popolare espressa inequivocabilmente nel 2013, quando il popolo svizzero ha approvato la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT).
Il messaggio era chiaro: stop all’espansione incontrollata delle zone edificabili, stop al consumo smisurato di suolo. Le zone edificabili devono essere dimensionate in base al fabbisogno prevedibile dei successivi quindici anni e le riserve sovradimensionate vanno ridotte.
Non è un orientamento politico, ma un obbligo giuridico vincolante per Cantoni e Comuni.
In diversi contesti comunali si registrano livelli di sovradimensionamento molto elevati, talvolta superiori al 130% e, per le sole zone residenziali, anche oltre il 300%.
Valori di questa entità imporrebbero misure strutturali di riduzione delle superfici edificabili.
Spesso, inoltre, coesistono importanti riserve abitative inutilizzate: centinaia di appartamenti sfitti e numerosi alloggi in costruzione.
A ciò si aggiunge un dato demografico ricorrente: la popolazione non cresce in modo strutturale, ma ristagna o registra lievi flessioni. In un contesto simile, limitarsi a ridurre gli indici edificatori senza intervenire sui perimetri appare in contrasto con lo spirito della LPT.
È inoltre discutibile il metodo con cui le licenze edilizie incidono sul calcolo del sovradimensionamento. I terreni per i quali viene rilasciata una licenza vengono sottratti dalle riserve anche se i cantieri non sono ancora iniziati. Sulla carta non figurano più come terreni liberi e il sovradimensionamento si riduce in modo importante nel calcolo, ma non nella realtà territoriale.
Un ulteriore elemento critico riguarda le zone lavorative. In molti casi il rientro nei parametri avviene considerando la crescita delle aree industriali come «fabbisogno ». Tuttavia, tali sviluppi hanno spesso inciso su aree paesaggisticamente o naturalisticamente pregiate, senza generare benefici proporzionati per la popolazione residente. In diversi poli economici, il numero di lavoratori frontalieri supera quello degli abitanti. È legittimo chiedersi se questo modello costituisca davvero uno sviluppo territoriale equilibrato e se possa giustificare ulteriori riserve edificabili. Molte autorità locali rivendicano di essersi attivate e di aver ridotto gli indici edificatori, ma il perimetro edificabile rimane invariato e la mancata revisione di comparti sensibili, spesso collocati in aree pregiate o ai margini dell’insediamento, lascia irrisolto il tema della tutela del paesaggio.
Articolo di Ivo Durisch, capogruppo PS in granconsiglio, apparso il 20 febbraio 2026 su Corriere del Ticino