Il privilegio di alcuni, il costo di tutti

Le parole che utilizziamo nel dibattito politico non sono mai neutrali. Non descrivono soltanto la realtà: la orientano e talvolta la deformano. È il caso dell’espressione «sgravi fiscali». «Sgravare » significa liberare da un peso, come se l’imposta fosse un ostacolo o un’oppressione. Ma questa rappresentazione è fuorviante. Le imposte, se eque e proporzionate, non sono un costo improduttivo. Finanziano scuola, sanità, sicurezza, infrastrutture e protezione sociale. Sono il fondamento concreto del patto sociale che sostiene una democrazia. Per questo sarebbe più corretto parlare di riduzioni o agevolazioni fiscali, e non di «sgravi», come se lo Stato fosse un nemico da combattere anziché una costruzione comune.

Non esistono riduzioni fiscali senza conseguenze. Ogni franco che lo Stato rinuncia a chiedere a grandi patrimoni o grandi rendite deve essere compensato altrove: con meno servizi, prestazioni ridotte oppure un maggiore carico su chi vive del proprio lavoro. I regali fiscali gratuiti non esistono: qualcuno paga sempre il conto.

La questione non è scegliere tra più o meno imposte, ma decidere come ripartire equamente il finanziamento della collettività. Oggi una quota importante del gettito proviene dal lavoro e dai redditi delle famiglie. Nel frattempo, una parte crescente della ricchezza si concentra in patrimoni e rendite che contribuiscono relativamente meno e beneficiano di trattamenti privilegiati. I dati ticinesi sono eloquenti: tra il 2010 e il 2022 il patrimonio medio per contribuente è cresciuto del 58%, mentre il reddito mediano è aumentato di poco più del 10%. La ricchezza cresce quindi molto più rapidamente dei redditi da lavoro e si concentra sempre più al vertice. La giustizia fiscale non significa chiedere di più a tutti, ma chiedere a ciascuno secondo la propria reale forza economica. Se patrimoni elevati e grandi rendite contribuissero in misura più proporzionata alla loro crescita, si potrebbero sostenere meglio famiglie, lavo ro e servizi pubblici, alleviando il carico sul ceto medio. Se circa un quarto della popolazione non dispone di redditi e sostanza sufficienti per contribuire fiscalmente, se i salari stagnano e il potere d’acquisto diminuisce, mentre l’1% più ricco detiene circa il 48% del patrimonio cantonale, è difficile sostenere che l’attuale assetto sia equilibrato. La contraddizione è evidente: si invocano austerità e sacrifici per salariati e ceto medio, ma si difendono agevolazioni fiscali per chi non ne ha bisogno e si respinge qualsiasi intervento sulla concentrazione della ricchezza.

Questa palese ingiustizia non è sostenibile né sul piano etico né su quello economico. Non si tratta soltanto di un problema fiscale, ma di una questione politica e sociale: riguarda la democrazia e la tenuta del patto di coesione su cui si fonda la nostra convivenza.

Yannick Demaria, deputato GISO in Gran Consiglio, articolo apparso il 10 giugno su Laregione

Beitrag teilen:

Facebook
Twitter
LinkedIn
Animation laden...Animation laden...Animation laden...

Newsfeed