Il brutto segnale di una crisi economica

Se guardiamo i dati appena pubblicati dall’Ufficio federale di statistica sul mercato del lavoro ticinese non possiamo che dirci preoccupati. Il dato più allarmante è quello riguardante i posti di lavoro persi (numero di persone impiegate con un reddito di almeno 2.300 franchi annui).

Da fine 2019 a fine 2020 in Ticino si è registrata una diminuzione di ben 10.000 unità e questo a fronte di una perdita complessiva in tutta la Svizzera di 23.000. Il crollo è stato assolutamente repentino e si è verificato nel quarto trimestre del 2020.

Ma cosa è successo al mercato del lavoro ticinese? Se guardiamo i disoccupati iscritti agli Uffici regionali di collocamento, questi sono passati, nello stesso periodo, da 5.991 a 6.968 con un aumento pari a circa 1.000 unità. Parimenti c’è stata una diminuzione di personale assunto notificato di 500 unità, mentre per quanto riguarda i frontalieri c’è stato un aumento di 500 unità. Facendo un po’ di aritmetica abbiamo 10.000 posti di lavoro in meno (7.600 equivalenti a tempo pieno), 1.000 residenti in più in disoccupazione, 500 notificati in meno (equivalenti a tempo pieno) e 500 frontalieri in più, ossia circa 9.000 persone che hanno perso il posto di lavoro e non sono andate in disoccupazione. Dove sono finite?

Se guardiamo il numero di persone occupate che esercitano un’attività professionale per almeno un’ora alla settimana o che lavorano presso un’azienda familiare senza ricevere una remunerazione, queste, tra il 2019 e il 2020, sono aumentate di 5.000 unità. Insomma ad esplodere potrebbe essere stato il numero di persone precarie: impiegati che percepiscono un reddito inferiore ai 2.300 franchi mensili o lavoratori (per forza di cose) indipendenti a volte senza reddito. Ma perché queste persone non sono andate in disoccupazione? Forse perché non ne avevano diritto vista la natura precaria e discontinua del loro impiego precedente?

Parimenti non si riscontra alcun aumento del numero di persone in assistenza, ma questo non ci stupisce visto quanto letto in un recente studio socioeconomico, ossia che solo poco più di un terzo delle persone in povertà riceve aiuti. È il bruttissimo segnale di una società in crisi economica, che sembra aver deciso di scaricare gli ultimi generando nel contempo un limbo nel quale sopravvivono persone in difficoltà, che non rientrano in nessuna delle misure a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori e nemmeno di quelle sociali.

A fronte di questa situazione è necessario che il Dipartimento delle finanze e dell’economia e il Dipartimento della sanità e socialità uniscano gli sforzi per capire cosa sia realmente successo e quali siano le possibili misure da prendere in ambito di regolamentazione del mercato del lavoro e di sicurezza sociale. Misure, se questi dati dovessero riconfermarsi, che dovranno necessariamente andare oltre le politiche attuali, per riuscire a raggiungere le persone in difficoltà in un mondo discontinuo e generatore di disuguaglianze come quello nel quale stiamo vivendo.

Articolo di Ivo Durisch, apparso sul Corriere del Ticino il 4 marzo

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