Difficile da credere

Qualche settimana fa il Consiglio federale ha approvato un messaggio con il quale propone la privatizzazione di Postfinance. Postfinance, Autopostali, Posta comunicazione, Posta rete sono quattro società che appartengono al 100% alla Posta Sa. La Posta Sa appartiene a sua volta al 100% alla Confederazione. L’obiettivo della Posta, con la trasformazione in società anonima, è mutato. Non è più prioritaria la qualità del servizio offerto al cittadino. Prova, ad esempio, sono le chiusure di molti uffici postali, malgrado le proteste delle popolazioni interessate, dei comuni e perfino dei cantoni. L’obiettivo è invece la realizzazione di utili finanziari, malgrado la privatizzazione parziale di attività redditizie, come la distribuzione dei pacchi. Per raggiungere questo obiettivo la Posta ha pure peggiorato le condizioni di lavoro, obbligando per esempio i postini a ridurre il tempo di lavoro e di conseguenza anche lo stipendio. Lo stesso scenario è successo con le Ffs.

Per ridurre i costi sono state tagliate le spese per la manutenzione delle carrozze e dei binari. Si ricorderanno i deragliamenti in Svizzera romanda e le centinaia di porte dei vagoni passeggeri non funzionanti, fonte di molti incidenti, taluni anche letali.

Le Telecomunicazioni, come si ricorderà, rappresentavano la parte redditizia delle Ptt. Gli utili delle Telecomunicazioni coprivano i deficit della Posta, perché era evidente che quest’ultima non poteva realizzare utili, avendo scelto di privilegiare il servizio all’utenza, attraverso anche una vasta rete di uffici postali. Ciò spiega il perché, alla fine degli anni Novanta, le Telecomunicazioni sono state parzialmente privatizzate. La Swisscom, è il nome attuale delle telecomunicazioni, appartiene soltanto nella misura del 51,2% alla Confederazione, il rimanente appartiene ai privati. Nel 2020 Swisscom ha realizzato un utile di 1,5 miliardi di franchi: la metà di questo importo è andata ai privati. Tutte queste trasformazioni hanno avuto una serie di conseguenze negative: la qualità del servizio offerto ai cittadini è peggiorata; i prezzi sono aumentati; le condizioni di lavoro sono peggiorate; la Confederazione ha perso importanti risorse finanziarie. Ci si poteva quindi attendere un ripensamento da parte delle nostre Autorità, anche perché poste, telecomunicazioni e ferrovie raccolgono crescenti critiche. In altri Paesi, negli ultimi anni, sono stati ri-nazionalizzati molti servizi pubblici, quali le ferrovie, l’acqua potabile, l’energia idroelettrica. In Svizzera, invece, governo e parlamento perseguono la stessa devastante politica. Poco tempo fa hanno annunciato l’intenzione di liberalizzare totalmente il mercato dell’energia elettrica. Ciò metterebbe in gravi difficoltà le aziende elettriche, come l’Azienda elettrica ticinese, e favorirebbe le energie inquinanti, quale il carbone.

Il 30 giugno scorso, come ho ricordato in precedenza, il Consiglio federale ha deciso di privatizzare Postfinance. Nel 2020 Postfinance ha realizzato 500 milioni di utili. Il governo, nel suo messaggio, 45 pagine, si sforza di presentare le argomentazioni: “compiti sensibili come il traffico dei pagamenti non dovrebbero essere svolti dallo Stato o da imprese parastatali, una maggiore concorrenza permetterà di offrire ai clienti una scelta a condizioni tendenzialmente migliori, la privatizzazione trasferisce i rischi ai proprietari privati; il ricavato dalla vendita potrà servire per l’ulteriore sviluppo delle altre attività del gruppo”. Sono argomentazioni puerili. Non c’è nessuna ragione, ad esempio, che impedisca a un’istituzione pubblica di svolgere i suoi compiti con efficienza e a piena soddisfazione dell’utenza, come è stato fatto per un centinaio di anni. In realtà, la vera ragione consiste nel fatto che il Consiglio federale intende cedere ai privati un settore interessante dal profilo finanziario.

La stessa logica è alla base della decisione, contro la quale è stato lanciato un referendum abrogativo, sulla soppressione della tassa di bollo prelevata sulle transazioni borsistiche, ossia sulle attività speculative. La Confederazione incassa 2,2 miliardi di franchi all’anno, una cifra considerevole, pari a circa il 10% dell’imposta federale diretta. Secondo i fautori, la soppressione della tassa “rafforzerebbe l’economia e creerebbe nuovi posti di lavoro”. Argomentazioni generiche, prive di qualsiasi fondamento. Difficile da credere, è il titolo che ho messo a questo articolo. Infatti, è difficile credere che, malgrado i disastri causati da questa politica durante gli ultimi vent’anni, nulla sia cambiato. Anzi, le nostre Autorità ripropongono le vecchie ricette: privatizzazioni e regali a chi non ne ha bisogno. Che tristezza.

Articolo di Graziano Pestoni, presidente USS Ticino e Moesa, apparso su La Regione il 27 luglio