C’è una parola che attraversa silenziosamente il dibattito sul lavoro in Ticino, ma che raramente viene nominata fino in fondo: dignità. Non si tratta solo di una questione economica, né esclusivamente salariale. È una questione che riguarda il modo in cui una società riconosce – o smette di riconoscere – il valore delle persone che lavorano.
Già Immanuel Kant distingueva con chiarezza ciò che ha un prezzo da ciò che ha dignità. Le cose hanno un prezzo e sono sostituibili; le persone non hanno prezzo, ma dignità, perché sono fini in sé stesse e non mezzi. Quando il lavoro riduce l’essere umano a una variabile di costo e a un mezzo di produzione, quando per poter lavorare bisogna ringraziare, la dignità è compromessa e gli equilibri stravolti. Questo principio è stato ribadito in termini sociali più di un secolo fa anche da Leone XIII, con l’enciclica Rerum Novarum. Il lavoro non è una merce, si affermava, e il salario deve permettere una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Lo Stato ha il dovere di intervenire per proteggere i più deboli, e i sindacati sono strumenti legittimi e necessari di tutela.
Ma il problema non è solo il salario insufficiente. Il dumping salariale è diventato dumping sociale coinvolgendo anche le condizioni di lavoro. Lo si vede nelle pratiche quotidiane che sempre più lavoratori sperimentano: chiamate o messaggi sul cellulare la sera prima per sapere se il giorno dopo si lavora; disponibilità permanente richiesta senza compenso; orari imprevedibili che rendono impossibile organizzare la vita privata; controllo ossessivo delle pause, persino dei tempi per andare in bagno; pressione a non assentarsi anche in caso di malattia; straordinari non registrati; contratti part-time che nascondono carichi di lavoro a tempo pieno; mansioni svolte oltre la qualifica contrattuale, senza riconoscimento né salario adeguato. Formalmente tutto appare regolare. Sostanzialmente, però, si crea un sistema di ricattabilità e subordinazione che svuota il lavoro della sua funzione emancipatrice lasciando solo la componente alienante. Il lavoro non protegge più dalla povertà, ma la produce. Non garantisce autonomia, ma dipendenza economica. E questa dipendenza colpisce in modo particolare le donne, sovra-rappresentate nei settori a basso salario, nel part-time forzato e nelle forme di impiego precarie. L’insicurezza costante, la paura di perdere il lavoro, l’impossibilità di pianificare il futuro generano stress cronico, ansia, burnout. Il lavoro che dovrebbe dare stabilità diventa una fonte di fragilità, creando disagio psichico e sociale. Quando una società accetta che lavorare significhi adattarsi a condizioni indegne, non sta solo risparmiando sui salari, sta trasferendo i costi di produzione sulla collettività, in particolare sussidi e sanità, ma anche impoverimento sociale e denatalità.
Difendere la dignità del lavoro e dei lavoratori è una scelta di responsabilità economica e civile, che riguarda tutta la società.
Articolo di Ivo Durisch, La Regione 14 febbraio