Due secoli fa la popolazione mondiale era di un miliardo di persone, oggi, dopo solo 200 anni, siamo a 8,2 miliardi. Per fortuna che le previsioni ci dicono che la crescita si fermerà tra i dieci e gli undici miliardi, perché altrimenti qualsiasi obiettivo di sostenibilità ambientale, già difficile da raggiungere per le note resistenze politico-affaristiche, sarebbe pura fantasia.
Se scendiamo dalla visione mondiale a quella nazionale, condivisa con altri Paesi occidentali, quando si parla di demografia a tenere banco non è stranamente il problema del grande aumento della popolazione mondiale, ma la preoccupazione per il cosiddetto inverno demografico, ovvero per il fenomeno per il quale, al netto del saldo migratorio, la popolazione decresce. Al netto del saldo migratorio, appunto. La Svizzera è da 50 anni che ha un tasso di fecondità sotto quello ritenuto corretto per evitare questa decrescita, 2,1 figli per ogni donna, ma nello stesso periodo i residenti in Svizzera sono cresciuti di quasi 3 milioni, da 6,25 a 9, a seguito dell’immigrazione. E la prospettiva è ancora in aumento. La stragrande maggioranza delle persone immigrate è venuta in Svizzera per lavorare e per ricongiungersi con i lavoratori immigrati, le persone arrivate per altre ragioni, segnatamente in cerca di protezione e asilo sono una nettissima minoranza.
Cosa ci dicono questi pochi dati? Mostrano come il nostro sistema economico, basato sulla crescita, quindi su una produzione e uno sviluppo di servizi in costante espansione, richieda sempre più addetti, i quali, se non reperibili internamente al Paese, vengono inevitabilmente chiamati o attratti dall’estero. Si noti che ciò è accaduto sia prima che dopo l’entrata in vigore degli accordi bilaterali con l’Unione europea (i bilaterali hanno circa 20 anni, il tasso di fecondità svizzero è insufficiente da 50). La “fotografia” sopra descritta indica che l’aumento del numero di persone che entrano in Svizzera non dipende tanto dalle scelte politiche, ma molto di più dal modello economico che lo sorregge. La crescita dei residenti è necessaria alla creazione di maggior ricchezza (mal distribuita, ma questo è un altro discorso), l’aumento del numero di persone occupate è anche funzionale a sostenere lo stato sociale attraverso i contributi (perlomeno fino a che i contributi paritari di datori di lavoro e lavoratori saranno la prima fonte di finanziamento del sistema), e quindi, senza cambiamenti significativi del modello economico, qualsiasi idea di blocco dell’immigrazione, come quella dell’iniziativa per una Svizzera da 10 milioni di abitanti, avrà ripercussioni economiche negative. Eppure, se al centro del dibattito politico vi è la questione delle migrazioni, spesso a partire da presupposti lontanissimi dalla realtà, quella del cambiamento del modello economico è lungi dall’essere all’ordine del giorno. Di queste contraddizioni la destra nazionalista è consapevole, perché nella già citata iniziativa per esempio propone di raggiungere il suo obiettivo rinunciando all’immigrazione non strettamente funzionale alle necessità della crescita economica (niente ricongiungimenti familiari, niente ammissioni provvisorie, niente asilo), ma si tratta di proposte senza gambe, sia perché i lavoratori, giustamente, non sono più disposti a subire la sorte che hanno avuto gli stagionali da noi fino alla fine dello scorso millennio, di essere “braccia” senza famiglia, sia perché la protezione internazionale delle persone in cerca di asilo, seppur acciaccata da leggi troppo rigide, rimane un caposaldo del nostro Paese.
Il rallentamento dell’immigrazione di lavoratori verrà forse dall’aumento importante della sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine più o meno intelligenti, vedremo. Potrebbe venire da misure di difesa del lavoro residente che la destra ha ostacolato e ostacola (salari minimi migliori e più estesi, contratti collettivi con norme salariali più estesi, applicazione del nuovo accordo sui frontalieri ecc.), ma per ora bloccare l’immigrazione dei lavoratori che l’economia richiede, peraltro già ampiamente regolata, significa impoverirsi.
Articolo di Manuele Bertoli, già consigliere di Stato, apparso su LaRegione il 14 gennaio 2025