C’era un momento preciso, nelle case ticinesi, in cui tutto si fermava. «Cito che gh’è al notiziari… ». Bastava quella frase. Le voci si abbassavano, la televisione diventava il centro della stanza e anche noi bambini capivamo che stava per arrivare qualcosa di importante. Il mondo entrava in casa nostra passando dalla RTSI, oggi RSI. Non era solo informazione: era un rito condiviso, una grammatica comune.
L’8 marzo saremo chiamati a votare su un tema che va ben oltre il canone. In gioco non c’è soltanto una cifra – 27 centesimi al giorno – ma il tipo di Paese che vogliamo essere. La RSI non è perfetta. Come non lo siamo noi, come non lo è nessuna realtà complessa. È anche da qui che nasce il suo valore, che non si misura solo in termini di costi. L’informazione non è una merce qualunque: quando la si impoverisce, il costo non è solo economico, ma ricade sulla qualità del nostro sguardo sul mondo. In un tempo in cui l’informazione spesso urla e semplifica, il servizio pubblico continua a scegliere la verifica dei fatti, il contesto e il rispetto. Tagliare le risorse significa ridurre l’informazione locale e la capacità di raccontare il Ticino e il Grigione italiano con competenza. Significa dipendere sempre di più da contenuti prodotti altrove, con uno sguardo che non è il nostro. E per una minoranza linguistica questo non è un dettaglio. La RSI, inoltre, non è fatta solo di volti noti. È fatta di tecnici, artigiani, personale amministrativo, collaboratrici e collaboratori a tempo parziale. È lavoro, economia reale, competenze e indotto che restano sul territorio.
I miei ricordi, i vostri ricordi, sono parte di ciò che siamo diventati. Lingua, cultura, conoscenza del territorio non nascono per caso. Vogliamo davvero rinunciarvi per pochi centesimi al giorno?
Post scriptum: ancora oggi mio papà ci chiede di stare in silenzio quando c’è il telegiornale.
articolo di Martina Malacrida, presidente PS Bellinzona, apparso su LaRegione sabato 31 gennaio 2026