Care amiche e cari amici,
stimati rappresentanti delle istituzioni politiche, religiose, culturali e associative,
Ringrazio innanzitutto gli organizzatori per avermi invitata qui a Chiasso, in occasione di questo tradizionale e significativo «primo agosto senza confini».
C’è un detto africano molto conosciuto che recita più o meno così:
«Se vuoi arrivare in fretta, mettiti in viaggio da solo o da sola; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme ad altre persone».
Oggi vi pongo una domanda:
La Svizzera ha più interesse ad arrivare in fretta? E dove vorrebbe arrivare?
Oppure ha più senso che arrivi lontano?
È lecito chiederselo, proprio oggi, primo agosto, nel giorno del compleanno della Svizzera, il suo settecentotrentacinquesimo anniversario. In realtà, si tratta di una data di compleanno ipotetica: il mito fondatore di Guglielmo Tell è frutto della penna di Friedrich Schiller, esponente del classicismo germanico. C’è anche chi sostiene che la nascita del nostro Paese vada fatta risalire piuttosto al 12 settembre 1848, con la promulgazione della Costituzione federale varata dai 22 Cantoni. Lasciamo pure agli storici il compito di dirimere il quesito.
Sia come sia, mi sembra evidente che tutta una serie di vicende ci abbia portato «lontano», ossia fino ad oggi. Come è stato possibile? Il detto africano ce lo dice chiaramente: insieme, in collaborazione e non in competizione. CON e non CONTRO.
È innegabile: la storia dell’umanità è spesso scandita da guerre, ingiustizie, soprusi e da una sete di profitto che genera egoismi collettivi. Lo vediamo nelle cronache globali e, talvolta, anche in quelle locali. Tuttavia, ci tengo a riprendere il tema della solidarietà, che ho messo al centro del mio primo intervento come Presidente in Gran Consiglio: di fronte a tanta distruzione e dolore, io ho una certezza incrollabile.
Se siamo riusciti a passare dalla zappa di osso alla mietitrebbia, dai decotti di erbe alle tecnologie laser che curano la vista, da una dieta di sopravvivenza alla complessità della nostra cucina, è solo grazie a una costante: nel corso dei millenni, gli esseri umani sono stati solidali. Nel resto del mondo come sul territorio che oggi è la Svizzera, essi hanno condiviso conoscenze e carismi, hanno accolto la vedova, lo straniero e il loro bagaglio umano e culturale.
Se vogliamo arrivare lontano, verso il 2030, il 2100, addirittura il 2291, e dare una continuità virtuosa a questo territorio e alle persone che accoglie – e credo vi sia consenso su questo – allora è utile, oltre che necessario, farlo insieme. Non ognuno per conto proprio, pensando al tornaconto personale. Non escludendo chi è pronto a dare il proprio contributo anche se non è nato con il passaporto rosso. Ruuna impersona esattamente questo destino.
Il tema della solidarietà è centrale in un giorno come questo. La Svizzera è nata da un patto di collaborazione ed è restata unita grazie alla volontà di esserlo. Tanto è vero che è definita come *Willensnation*. Spero di non scontentare nessuno usando questo termine germanofono, quasi intraducibile alla lettera, che si può parafrasare in italiano come: «Svizzera, nazione fondata sulla volontà».
Questa espressione, resa famosa dallo storico Ernest Renan e applicata al caso svizzero, sottolinea un punto fondamentale: la coesione della Confederazione non si basa su un’omogeneità etnica, linguistica o religiosa. La nostra coesione si fonda sulla volontà comune delle cittadine e dei cittadini di vivere insieme, di condividere un destino politico, superando le profonde differenze culturali che ci caratterizzano.
Questa necessità di essere solidali continua tuttavia a essere messa in dubbio, criticata e attaccata ogni giorno. Assistiamo agli effetti deleteri sul grande pubblico di certa informazione che, con un marketing della paura, favorisce la chiusura a riccio e fomenta odio. Che cosa si può fare per contrastarlo?
La maniera più bella ed efficace sono i fatti. Sono le persone che si organizzano in associazione. Che aprono case di accoglienza per i senzatetto. Che, nel dialogo e nella proposta di soluzioni costruttive, dimostrano a chi sa vedere che la multiculturalità è una realtà che ci accompagna da sempre.
Grazie per ogni iniziativa, grazie per ogni minuto di lavoro, grazie per ogni delusione incassata e trasformata in motore di cambiamento.
Concludo adattando il testo di una campagna di sensibilizzazione lanciata negli anni Novanta da una grande città della Germania:
Il tuo cellulare? Cinese!
Il tuo cioccolato? Ivoriano!
La tua automobile? Giapponese!
La tua pizza? Italiana!
La tua democrazia? Greca!
Il tuo caffè? Brasiliano!
La tua vacanza? Spagnola!
I tuoi numeri? Arabi!
La tua scrittura? Latina!
E il tuo vicino? È solo uno straniero?
Buon primo di agosto senza frontiere.
discorso di Daria Lepori, discorso al 1° agosto 2026, Chiasso