Chiamalo Femminicidio

Si è svolta a Bellinzona una commemorazione per le vittime di femminicidio commesso in Ticino negli ultimi anni. Il raduno ha avuto lo scopo di onorare il ricordo di donne uccise ma anche quello di difendere una parola, un sostantivo che ancora in pochi usano: femminicidio. Pur riferendosi ad un fenomeno ricorrente nella nostra società, le istituzioni e i politici evitano di pronunciarne il nome prediligendo altre terminologie come: violenza domestica, omicidio, violenza privata,… Questa scelta linguistica ostacola il riconoscimento del femminicidio e la consapevolezza che esso è un avvenimento sistematico della nostra società nonché sintomatico del patriarcato. Alla mancanza di terminologia corretta consegue l’assenza di ricerca, di rilevazioni statistiche, di studi sulle origini del problema e di azioni preventive efficaci. La terminologia scelta per descrivere uccisioni di donne da parte di uomini che le hanno considerate di loro proprietà e sulle quali hanno voluto esercitare diritto di vita e di morte, influenza la percezione che abbiamo del tema. Quando i media riportano parole come raptus, crimine passionale, amore cieco, gelosia,… rafforzano l’idea di una violenza consumata in un contesto privato e non di una violenza che accomuna molte donne. Così, un fenomeno che dovrebbe venir politicizzato per essere trattato secondo il senso di responsabilità comune, è relegato alla drammatica realtà individuale di poche. Il femminicidio è la manifestazione più estrema della violenza che la cultura patriarcale rivolge alle donne. Fare il nesso tra femminicidio e patriarcato è disturbante al punto che molti rigettano questo termine. Parlare di femminicidio o gridarne la parola, è già un atto politico che ciascuno può compiere. Chiamiamolo col suo nome: femminicidio!

articolo di Antonia Boschetti, PS Mendrisiotto e Basso Ceresio, apparso su LaRegione il 27 luglio

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