Analisi impeccabile, quella di Spartaco Greppi e Christian Marazzi, economisti (laRegione, 21 maggio 2026). È un nuovo quadro che arricchisce la galleria dedicata al Ticino in sofferenza, che mette in primo piano il paradosso di un’economia che genera PIL, ma che non genera salari adeguati, col risultato della “diffusione del lavoro povero, erosione del potere d’acquisto, precarizzazione e allontanamento di giovani altamente formati”.
Ho appena terminato di leggere un libro focalizzato sul caso italiano, il cui autore cerca di offrire un’analisi di quell’economia basata su dati oggettivi e smarcata dalle varie narrazioni politico-partitiche. Il risultato è perfettamente sovrapponibile a quello dei nostri due economisti, riferito al caso ticinese. Lo dico non per tracciare un parallelo, ma per far leva (provocatoriamente) su un tabù che aleggia al di qua delle Alpi: ragazzi, stiamo scivolando sempre più verso Sud, stiamo italianizzando la nostra economia! (Ormai, pur di smuovere veramente qualcosa, bisogna tentarle tutte, anche quella di causare un sussulto appellandosi “all’amor patrio ticinese”). Ma ritorniamo a noi. “Si tratta di chiedersi – scrivono al termine del loro intervento Greppi e Marazzi – quale modello istituzionale ed economico sarà in grado di far fronte ai cambiamenti in atto e di orientare tali cambiamenti verso risultati socialmente sostenibili. Ciò implica una politica industriale attiva, …”. Ecco, è proprio quest’ultimo concetto, che potrebbe passare inosservato, che costituisce una proposta politica forte. Politica industriale attiva è, per così dire, il distintivo degli economisti post-keynesiani, ossia degli esponenti della teoria economica (che ha sue origini nel grande economista John Maynard Keynes) secondo la quale l’intervento dello Stato è essenziale per evitare la deriva “naturale” dell’economia di mercato o, detto altrimenti, del capitalismo senza freni: portare alla concentrazione della ricchezza in un’élite e far stringere sempre più la cinghia a tutto il resto della popolazione. Dall’altro lato della barricata troviamo gli economisti neoliberisti, che non considerano ciò una deriva, bensì il volano dello sviluppo economico: sono i ricchi che possono investire e creare posti di lavoro e più ricchi diventano più possono investire e più posti di lavoro possono creare. Sul piano politico, questa contrapposizione si riflette generalmente in quella tra progressisti e conservatori, con diverse declinazioni e denominazioni a seconda del Paese di riferimento.
Chi ha ragione? Non sul piano etico (essenziale, anzi, direi prioritario, ma qui volutamente non considerato), bensì squisitamente sul piano economico. È tutta la storia economica contemporanea, dunque oltre due secoli di eventi concreti che hanno interessato tutto l’Occidente industrializzato, che ci dice in maniera inequivocabile che il benessere collettivo è in relazione diretta con un’equa distribuzione della ricchezza di una nazione. L’assunto provato e comprovato è che la ripartizione equilibrata dei redditi tra lavoro (salari) e capitale (profitti) incrementa i consumi e anche gli investimenti (attraverso i risparmi), così l’economia cresce e c’è sviluppo. In altri termini, è economicamente e socialmente di gran lunga più conveniente disporre di un ampio ceto medio con un buon reddito imponibile e con un corposo potere d’acquisto, capace quindi di sostenere la spesa pubblica e i consumi privati interni, piuttosto che di una ristretta cerchia di super ricchi, alcuni dei quali importati e spesso con pretese di agevolazioni fiscali.
A questo punto, però, non essendo del tutto certo della corretta interpretazione del concetto di Greppi/Marazzi da parte di tutta la politica nostrana, a scanso di equivoci e malintesi, mi permetto una precisazione: il secondo aggettivo contenuto nella frase Politica industriale attiva non è da intendere in termini generici, ma come strettamente correlato a interventi di matrice keynesiana. Da parte dei neoliberisti, che costituiscono (ancora) la maggioranza politica nel nostro Cantone, considerato il quadro economico che sono riusciti a produrre, meglio sarebbe l’astensione da qualsiasi attivismo.
Articolo di Francesco Branca, economista, apparso il 5 giugno su laregione