L’iniziativa dell’UDC per più frontalieri

La cosiddetta iniziativa sulla sostenibilità promossa dall’UDC si presenta con un obiettivo apparentemente semplice: fissare un tetto alla popolazione svizzera. Ma, come spesso accade, è proprio nella traduzione concreta di questo principio che emerge il nodo politico reale. Ed è qui che si manifesta un paradosso che merita di essere esplicitato con chiarezza: questa è, nei fatti, un’iniziativa per più frontalieri.

È infatti sul piano interno che il paradosso dell’iniziativa si rivela con maggiore evidenza, in particolare per una realtà come quella ticinese. Il nostro modello economico – piaccia o meno – si fonda su una crescita che richiede forza lavoro. A maggior ragione considerando che siamo di fronte ad un’ondata di pensionamenti senza precedenti, si stima che nei prossimi 10 anni saranno 50.000 le persone impiegate in Ticino che andranno al beneficio della pensione, e al contempo alla «fuga» di oltre 800 giovani all’anno dal nostro cantone. L’unica via sostenibile è quella di far sì che questa forza lavoro diventi immigrazione residente.

Se dovesse passare l’iniziativa UDC la Svizzera, e di riflesso il Ticino, adotterebbe politiche estremamente restrittive per cercare di non raggiungere la cifra dei 10 milioni. Ciò significherebbe che i 50.000 posti di lavoro sarebbero, in gran parte, ad appannaggio dei frontalieri. Perché le alternative sono due, e molto concrete: o le imprese rinunciano a una parte dell’attività, con conseguente perdita di posti di lavoro e benessere, oppure cercano altrove la manodopera necessaria.

In assenza di immigrazione residente, la soluzione, l’unica soluzione sarà più lavoro frontaliero. Questa è un’iniziativa pensata e foraggiata dai miliardari zurighesi che usano l’UDC per i loro interessi economici e padronali, che non ha minimamente tenuto in considerazione la situazione ticinese.

Si potrebbe obiettare che l’obiettivo di una popolazione stabile sia, in sé, legittimo. E lo è. Ma non esistono scorciatoie tecniche per ottenerlo. Senza una trasformazione profonda del modello economico – che riduca la dipendenza dalla crescita quantitativa ogni tentativo di fissare limiti amministrativi rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati.

Ed è proprio questa rimozione del problema strutturale che rende l’iniziativa politicamente debole. Perché propone una soluzione semplice a una questione complessa, evitando il confronto con le implicazioni reali.

Il risultato è una promessa che non regge alla prova dei fatti: meno immigrazione residente, ma più frontalieri; meno integrazione regolata, ma più dipendenza esterna.

Se si vuole davvero affrontare il tema della sostenibilità – economica, sociale e demografica – serve un dibattito più onesto. Che parta da un dato: il modello attuale ha dei limiti, ma non si cambia per decreto. E ogni intervento che ignora questa realtà rischia di aggravare proprio quei problemi che dice di voler risolvere.

Fabrizio Sirica, Corriere del Ticino 18 maggio

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