L’arroganza del potere

Come avevo scritto qualche settimana fa a proposito del salario minimo, se una maggioranza politica contraria a un oggetto vuole farlo, ha i mezzi per tirare per le lunghe, tentare di annacquare o cercare scuse anche se il popolo si è espresso chiaramente. Il fair play imporrebbe altro, ma in politica è merce sempre più rara e a prevalere è spesso l’arroganza o il bullismo di chi sa di avere i numeri nel palazzo dalla sua. Sul salario minimo si è trovato un compromesso accettabile e questo scenario è stato evitato, non così sull’applicazione dell’iniziativa 10% in tema di cassa malati, pur trattandosi di una modifica precisa di legge, non di un testo costituzionale ancora da tradurre in norme legali. Eppure le regole del gioco sono chiare. La prima dice che quando un testo legale è accolto va applicato, senza accampare scuse. Il Consiglio di Stato ha il compito tecnico di farlo e non può abusare del suo potere. Sarebbe ben triste che debba essere un tribunale a ricordarglielo.

La seconda dice che il principio di unità di materia vieta ai promotori di un’iniziativa popolare di mischiare cose senza connessioni dirette, comprese le proposte di più prestazioni sociali e le modalità del loro finanziamento. Non solo non è richiesto, è proprio vietato, su pena di invalidazione di un’iniziativa popolare. I promotori possono indicare nel dibattito come loro vedrebbero la questione della copertura delle nuove spese, ma il principio rimane fermo nel prevedere che del finanziamento si discute dopo. A livello federale sta accadendo con la tredicesima Avs, senza che il Consiglio federale si sia permesso di non mettere in vigore la nuova prestazione, ma in Ticino le cose sono diverse, probabilmente perché fanno difetto quel senso dello Stato e quella minima creanza democratica che Oltralpe sussistono ancora. Basterebbe questo affinché i tanti cittadini che hanno sostenuto l’iniziativa 10% pretendessero quello che è loro dovuto, senza grandi altre discussioni. Se in futuro si vorrà modificare il sistema democratico obbligando gli iniziativisti a dire in maniera vincolante come finanziare le loro proposte di maggior spese o di minori entrate bene, ma finché le regole non cambieranno sono quelle attuali a valere.

E, cosa non da poco, se si modificherà il sistema dei diritti popolari in questo senso, sarà il popolo a determinarsi sul modo di finanziamento delle iniziative, non certo la maggioranza del parlamento. È proprio su questo punto che la pretesa che sta maturando in Commissione della gestione sull’iniziativa 10% risulta arrogante. Chiedere agli iniziativisti di avanzare in Gran Consiglio una proposta di finanziamento che piaccia a una maggioranza politica che ha sempre avversato l’iniziativa e che in passato più e più volte ha cercato, rimangiandosi poi le proprie decisioni anno per anno, di andare nel senso opposto, significa imporre a chi ha avuto la maggioranza popolare dalla sua una missione impossibile, nel disprezzo palese delle regole vigenti della democrazia diretta.

Di strappi e strattoni ne ho visti tanti in politica, ma questo è uno dei peggiori. Prima che arrivi un giudice a dire basta, prima che le persone che contano sul rispetto del voto popolare si mobilitino per chiedere rispetto, si decida di mettere in vigore quello che deve essere messo in vigore, così si vedrà qual è il vero costo di questo sostegno determinante per tanti ticinesi. Nel frattempo, come si sta facendo a Berna sulla tredicesima Avs, va discusso il finanziamento di questa prestazione accolta dal popolo, ma senza ricatti e senza inventarsi regole inesistenti, valide solo per alcuni.

Manuele Bertoli, La Regione 9 maggio

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