Turni troppo lunghi, personale insufficiente, responsabilità enormi: mentre la realtà nei reparti ospedalieri e nei servizi di assistenza sociosanitaria è sempre più dura, la politica sembra non voler guardare fino in fondo ciò che accade davvero.
La scorsa settimana si è tenuta a Berna la sessione straordinaria del Consiglio nazionale dedicata anche all’attuazione dell’iniziativa per cure infermieristiche forti. Prima del dibattito è stato consegnato un appello firmato da 190’000 persone: un segnale chiarissimo. La popolazione chiede di passare dalle parole ai fatti e di attuare finalmente l’iniziativa popolare approvata da oltre il 60% nel 2021. Le richieste dell’appello sono concrete e urgenti: una riduzione chiara dell’orario di lavoro, rapporti adeguati tra personale e pazienti per garantire cure di qualità, supplementi più elevati per il lavoro notturno, nei fine settimana e nei giorni festivi, il rispetto obbligatorio dei contratti collettivi, e un finanziamento adeguato e socialmente sostenibile.
La realtà è sotto gli occhi di tutti: il personale curante lavora al limite. Eppure, le decisioni adottate dalla maggioranza del centrodestra in Consiglio nazionale sembrano ignorare la gravità della situazione. Confermare settimane lavorative fino a 50 ore, ridurre le compensazioni e precarizzare condizioni già oggi insostenibili significa svuotare di senso l’iniziativa approvata dal popolo. Quell’iniziativa, che cinque anni fa aveva dato speranza, deve essere attuata rispettando davvero la volontà popolare, non aggirandola. Ora la palla passa al Consiglio degli Stati: è lì che bisognerà correggere il tiro e dare finalmente una risposta all’altezza della situazione.
Ma le cattive notizie non arrivano solo da Berna. Anche in Ticino assistiamo a decisioni preoccupanti. Non aver sostenuto durante la scorsa seduta di Gran Consiglio la nostra proposta di stralciare la misura che riversa sui pazienti i costi delle cure a domicilio significa colpire due volte: chi ha bisogno di cure e chi le presta. Più pressione finanziaria su pazienti e anziani, ma anche più stress per il personale, costretto a lavorare ancora più in fretta e a farsi carico di ulteriori compiti burocratici, tra fatturazioni, richiami e pratiche amministrative.
Già all’inizio del 2022, come relatrice del messaggio ProSan sull’offensiva formativa in ambito sociosanitario, avevo sostenuto – insieme a una larghissima maggioranza del Gran Consiglio – la necessità di investire maggiormente nella formazione. È stato un passo importante. Ma è evidente che non basta: formare più personale è indispensabile, ma non serve se poi le persone lasciano prematuramente la professione. Già oggi il settore è confrontato con una grave carenza di personale e si stima che entro il 2030 mancheranno circa 30’000 operatori sanitari in Svizzera, il Ticino non fa eccezione. Ecco perché bisogna agire su entrambi i fronti: formazione e condizioni di lavoro. Non è un lusso, è una necessità. Perché in gioco non ci sono solo i diritti di chi lavora nelle cure. In gioco c’è la qualità dell’assistenza di cui tutte e tutti noi, prima o poi, avremo bisogno.
Laura Riget, La Regione 4 maggio