Perché il compromesso è positivo

In base al testo dell’iniziativa popolare sul salario minimo sociale, la Costituzione avrebbe dovuto essere completata, aggiungendo alla frase “ogni persona ha diritto a un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso”, che già sta scritta all’art. 13 cpv. 3, la precisazione secondo cui, al netto degli oneri sociali, tale salario non può essere inferiore a quanto riconosciuto dalle prestazioni complementari Avs/Ai per il fabbisogno generale vitale, l’alloggio, l’assicurazione malattia e le spese necessarie al conseguimento del salario. Un principio lineare, che però, dopo un’approvazione popolare tutt’altro che certa, avrebbe dovuto ancora essere precisato nella legge, in tempi del tutto incerti, da una maggioranza parlamentare tendenzialmente contraria all’iniziativa.

L’esperienza indica che nella fase di precisazione i dettagli possono fare grandi differenze, soprattutto se la maggioranza che decide ce l’ha chi non è d’accordo. Per esempio sindacando sulle difficoltà di confronto tra prestazioni sociali e salari, perché le prestazioni sociali considerano il fabbisogno finanziario del nucleo familiare, mentre il salario, essendo la controprestazione del lavoro, non lo può fare. Per esempio sindacando sull’importo di cassa malati da riconoscere, che varia molto se si considera, non senza argomenti validi, solo il quantum effettivamente pagato, ridotto dalla Ripam. Per esempio semplicemente tirando le cose per le lunghe, magari per anni, dilatando molto il tempo delle implementazioni pratiche, come sta accadendo con l’iniziativa 10% sulla stessa Ripam, approvata dal popolo sei mesi fa. Il compromesso rinuncia alla modifica della Costituzione, ma in cambio ottiene una modifica della legge con tre cambiamenti apprezzabili. Innanzitutto il salario minimo legale, che nel 2019 venne fissato in 19,75-20,25 franchi, dal 2029 aumenterà di 2 franchi, un aumento del 10% in 10 anni, lo stesso 1% medio annuo del rincaro matematico dal 2019 a oggi. In secondo luogo l’indicizzazione di questo dato sarà salvaguardata anche per il periodo transitorio 2027-2029. In terzo luogo le deroghe a favore dei contratti collettivi con salari minimi inferiori a quello legale, oggi ammesse, saranno sostanzialmente soppresse, salvo nei rari casi di comprovata difficoltà aziendale, con però una durata transitoria, una decisione sottoposta ad autorizzazione della maggioranza qualificata della commissione tripartita e soprattutto una procedura pubblica, quindi visibile e criticabile (oggi non è così).

Si poteva ottenere di più? Forse, le certezze le lascio volentieri a chi le ha, ma il risultato a cui si è giunti è buono, se si considera il contesto ticinese con sano realismo, per esempio guardando al risultato dell’iniziativa sul dumping lo scorso 8 marzo, e se si pensa soprattutto a chi l’aumento del salario minimo e le tutele concrete antidumping le ha bisogno adesso, non alle calende greche.

Va in ogni caso ricordato che anche dopo il compromesso il principio secondo il quale ogni persona ha diritto a un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso rimarrà nella Costituzione, e che andrà applicato confrontando periodicamente prestazioni sociali e salari, come del resto già si fece nel 2019, al momento del varo della prima Legge sul salario minimo. A me pare pure rilevante osservare che una tale verifica fatta oggi, confrontando il salario minimo legale 2029 del compromesso con i dati delle prestazioni complementari Avs/Ai e l’attesa implementazione del principio del 10% per la Ripam, indica che i due parametri sono sostanzialmente allineati, quindi che anche l’obiettivo principale degli iniziativisti è stato raggiunto.

Articolo di Manuele Bertoli. La Regione 17 aprile

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