Il Sonderfall Ticino

In Ticino, tra il 2010 e il 2022, il patrimonio medio per contribuente è passato da circa 240’000 a 380’000 franchi, con un aumento del 58%. Nello stesso periodo, il reddito imponibile è cresciuto di circa il 20%, il reddito mediano ancora meno (10/12% – fonti Amministrazione federale delle contribuzioni, Ufficio cantonale di statistica, Swiss Income Monitor della Banca Cler). In altre parole, la ricchezza è cresciuta molto più rapidamente del reddito da lavoro. Questo dato, da solo, dovrebbe già bastare a porre una domanda di fondo: l’arricchimento privato tramite il capitale investito produce un corrispondente gettito fiscale? In una parola, no. La causa si trova nella struttura del sistema tributario svizzero. Gli utili in capitale realizzati da privati non sono soggetti all’imposta sul reddito. In tutta la Svizzera è così, ma il Ticino è il cantone dove gli effetti di questa regola appaiono più evidenti. Per una ragione semplice: qui i redditi crescono meno che altrove.

Il rapporto del Consiglio federale sulla distribuzione della ricchezza ha mostrato che tra il 2010 e il 2018 il Ticino ha registrato la crescita del reddito medio più debole di tutti i cantoni svizzeri: appena +0,55% annuo, mentre affitti, costo della vita e soprattutto i premi delle casse malati (+3,8% anno, ed esclusi dal paniere del carovita) continuavano a salire più rapidamente. Per un lavoratore dipendente con un reddito medio, tra imposta federale, cantonale, comunale e contributi sociali il carico complessivo può avvicinarsi al 30% del reddito lordo. Il lavoro viene tassato in modo pieno, mentre la crescita del capitale resta in larga parte esente. Questo ha un impatto enorme anche sul piano delle finanze pubbliche. Tra il 2010 e il 2021, la crescita patrimoniale attribuibile ai contribuenti ticinesi si colloca, a seconda delle stime, tra i 30 e i 50 miliardi di franchi. Questa crescita patrimoniale, pur non essendo reddito in senso fiscale, rappresenta un aumento significativo della capacità economica dei contribuenti, che resta in larga parte escluso dal prelievo. Se si prende un valore intermedio annuale di circa 4 miliardi e lo si confronta con il carico fiscale medio sul lavoro (circa il 30%), emerge un ordine di grandezza chiaro: il sistema fiscale ha rinunciato, in poco più di un decennio, a gettiti nell’ordine di centinaia di milioni fino a circa un miliardo di franchi all’anno.

Qualcuno potrebbe obiettare che la crescita del patrimonio totale dipende anche dall’arrivo di contribuenti facoltosi. È vero, ma non cambia la sostanza del problema. Proprio per questo è utile guardare non solo al patrimonio complessivo del cantone, ma al patrimonio medio per contribuente, indicatore che neutralizza l’effetto numerico degli arrivi e delle partenze e che mostra l’aumento visto sopra. L’analisi del quartile, del decile e centile superiore, mostra una situazione ancora più sbilanciata, in linea con la letteratura sulla crescente concentrazione della ricchezza nei percentili superiori, come evidenziato anche da studi recenti pubblicati sulla Oxford Review of Economic Policy. A rendere il caso ticinese ancora più anomalo c’è poi un secondo fattore: le stime immobiliari. In Ticino i valori fiscali degli immobili restano molto inferiori ai valori di mercato. In molti casi si collocano attorno al 30-40% (fonte Consiglio di Stato) del valore reale. Questo significa che una parte rilevante della ricchezza immobiliare viene dichiarata al fisco in misura fortemente ridotta. Negli scorsi 10 anni possiamo stimare che i mancati introiti causati da stime non corrispondenti al valore di mercato siano di ulteriori 400 milioni di franchi all’anno.

Il quadro si aggrava se si guarda alla distribuzione della ricchezza. Secondo le stime disponibili, l’1% più ricco dei contribuenti ticinesi detiene circa il 48% del patrimonio dichiarato, una quota superiore alla media svizzera. È un dato particolarmente significativo perché arriva in un cantone dove il patrimonio medio resta inferiore alla media nazionale. In sostanza, la classe media ticinese è relativamente più fragile, e il vertice della piramide è ancora più forte e concentrato. In Ticino da un lato abbiamo salari deboli, con crescita lenta dei redditi e pressione sul mercato del lavoro. Dall’altro, patrimoni fortemente concentrati, rendimenti da capitale fiscalmente privilegiati e ricchezza immobiliare sottostimata. In mezzo, un sistema pubblico che continua a finanziarsi, a livello di imposta sulle persone fisiche, soprattutto attraverso il lavoro (83% – fonte Consuntivo 2024), cioè la base fiscale meno mobile e più facilmente colpibile, ma anche la più sofferente.

Se il lavoro resta fermo e il capitale cresce, ma è in modo sproporzionato il lavoro che paga, allora non siamo più davanti a un sistema fiscalmente equo. Siamo davanti a un sistema che sposta sempre più il peso fiscale da chi possiede a chi lavora con conseguenze negative sui lavoratori, ma anche sulle finanze pubbliche e di conseguenza su servizi e prestazioni erogati. È difficile giustificare che chi vive di reddito da lavoro contribuisca in misura molto più elevata rispetto a chi beneficia di importanti redditi da plusvalenze del patrimonio. Riportare equilibrio tra queste due componenti non significa penalizzare la ricchezza, ma riconoscere che stiamo perdendo l’equità nel finanziamento dei servizi pubblici da cui dipende la coesione sociale. E questo ancora di più se pensiamo che la ricchezza di oggi è principalmente finanziaria, con poche se non nulle ricadute sull’economia locale.

Articolo di Ivo Durisch, La Regione 10 aprile

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