Ero tra le quasi 700 persone convenute all’Avana alla fine della settimana scorsa, la maggior parte in aereo e una sessantina sui battelli provenienti dal Messico, nell’ambito dell’iniziativa intitolata ‘Convoy Nuestra América’: tra di loro Jeremy Corbyn, Pablo Iglesias, Mimmo Lucano, alcuni eurodeputati, ma soprattutto tantissimi giovani, molti dei quali inalberando oltre ai colori cubani quelli della bandiera palestinese. Aspetto quest’ultimo rallegrante, soprattutto perché negli ultimi decenni la solidarietà con Cuba era stata portata avanti quasi esclusivamente da chi, come il sottoscritto, aveva vissuto l’epopea della rivoluzione dei barbudos. La maggior parte di questi giovani portava delle t-shirt con scritto a caratteri cubitali “Cuba no está sola”. Indubbiamente la solidarietà internazionale con l’isola caraibica sta rapidamente crescendo, le tonnellate di alimenti e di medicamenti consegnati all’Avana ne sono una testimonianza concreta: solamente da Miami sono arrivate 150 persone con aiuti per più di mezzo milione di dollari.
Se consideriamo però il silenzio assordante dei governi di tutto il mondo e anche di molte organizzazioni internazionali, in realtà Cuba está sola! Addirittura Pedro Sánchez, coraggioso su altri temi scottanti del momento, per intanto non ha speso una parola in proposito. Di questo i cubani se ne lamentano amaramente, ricordando i loro medici che hanno combattuto il Covid ed Ebola in molti Paesi. Qualcuno mi ha anche detto “2’000 di noi sono morti in Angola per sconfiggere il colonialismo portoghese, ora anche questo Paese, che ne produce parecchio, ha paura di mandarci del petrolio”. Di petrolio a Cuba attualmente non ne arriva neanche una goccia. La marina americana blocca qualsiasi nave che tenta di rompere l’attuale assedio energetico, che si aggiunge a oltre 60 anni di asfissiante blocco economico, il più lungo della storia. Con la sua produzione locale Cuba copre meno del 40% del fabbisogno, ma con un petrolio molto pesante, inutilizzabile per il traffico motorizzato, a meno di avere moderne raffinerie specializzate, ora inesistenti. Il petrolio serve avantutto per la produzione dell’energia elettrica, disponibile ora, ma non sempre, per 4-6 ore al giorno. Di notte l’Avana è totalmente oscurata salvo quelle case sempre più numerose dove i proprietari con poco più di 1’000 dollari si comprano un pannello solare che fornisce almeno un po’ d’energia. Il tutto fornito dalla Cina, che sta anche impiantando enormi parchi solari: ma ci vorranno un paio d’anni per generare energia sufficiente a coprire le necessità del Paese.
L’attività economica a poco a poco si sta spegnendo: il turismo di massa è scomparso, le fabbriche lavorano a ritmo ridotto, il trasporto pubblico è ormai quasi inesistente, per cui i lavoratori, per evitare lunghe trasferte a piedi, spesso dormono sul posto, soprattutto negli ospedali. In questi ultimi, dove manca ormai di tutto, in base a precisi ordini ci si prepara attivamente a un possibile intervento militare statunitense. Le trattative intavolate tra Marco Rubio e un nipote di Raúl Castro appaiono difatti bloccate. Nei suoi numerosi interventi e incontri con i partecipanti del Convoy il presidente Díaz-Canel ha sottolineato ripetutamente che se Cuba è disposta a fare delle ampie concessioni nel campo dei rapporti economici, liberalizzando anche ulteriormente il mercato interno, non accetterà nessun ricatto di tipo politico. Attualmente The Donald sembra essere focalizzato totalmente sulla guerra contro l’Iran. A Cuba si teme che se non ne uscirà con una chiara vittoria, il presidente statunitense, che ha bisogno di successi in vista delle elezioni di novembre, potrebbe scatenare l’attacco definitivo contro Cuba, che lui ha già definito “una preda molto facile e a sua disposizione”.
Nonostante ciò, all’Avana prevale una calma quasi irreale. È molto difficile capire cosa pensa il “cubano medio”. C’è sicuramente chi, magari non essendo neanche favorevole al governo, con uno scatto d’orgoglio non intende arrendersi ai “gringos”, ma tra la popolazione sfinita c’è sicuramente anche chi pensa “peggio di così non può andare” e quindi capiti quel che capiti. Sicuramente il governo cubano ha commesso degli errori: investimenti sproporzionati nel turismo di lusso, una fallimentare politica agricola, lentezza nel realizzare le riforme decise ormai dieci anni fa. Nonostante ciò, non c’è dubbio alcuno, se si osserva oggettivamente la storia e la situazione, che la causa fondamentale della crisi attuale, iniziata durante il primo periodo di presidenza di Trump, è l’asfissiante blocco economico, che è costato a Cuba centinaia di miliardi. Purtroppo tutti i media mainstream, ma ahimè spesso anche la Rsi, fanno il possibile per nascondere questa evidenza. Perciò Cuba in questo momento può soltanto contare sull’aumento della solidarietà internazionale, celebrata in modo tanto commovente l’ultimo weekend all’Avana. Il futuro deciderà se ciò potrà bastare, ma forse ancora una volta non sarà Golia ad avere il sopravvento.
Articolo di Franco Cavalli, La Regione 28 marzo