Nei giorni scorsi è apparso su questo giornale un contributo a firma Nelly Valsangiacomo e Tommaso Soldini che invitava la sinistra e i progressisti a unirsi per riuscire a essere più incisivi nel proporsi come alternativa forte all’attuale maggioranza politica, al modello e alla prassi che la stessa propone. Poco dopo questo scritto ha cominciato a circolare un appello, promosso da alcuni politici di sinistra, che sembrerebbe andare esattamente nella stessa direzione.
In realtà i due scritti, il contributo e l’appello, sono profondamente diversi tra loro. Se nel primo l’invito è quello di trovare, all’interno del fronte di sinistra e progressista, l’unità necessaria a trasformare in proposte i valori e i principi che contraddistinguono quest’area – uguaglianza, giustizia sociale e ambientale, solidarietà, democrazia – riportando gli stessi con forza al centro della politica; nel secondo, che pur ribadisce pienamente questi valori, l’approccio è molto diverso. Pur condividendo in larga misura l’analisi presentata, la forma dell’appello non mi sembra altrettanto costruttiva. Mi chiedo: è utile e sensato unirsi come sinistra solo per diventare più forti nell’opposizione? Perché non avanzare anche proposte concrete, come alternativa necessaria al neoliberismo, al dominio, allo strapotere e alla crescente arroganza totalitaria che lo accompagna? Nell’appello non trovo una sola parola in questa direzione: nessuna. Solo lotta, difesa, opposizione.
Sarò ingenua e ottimista, sarò ancora alimentata dalle utopie dei decenni passati, ma nonostante tutto quanto stiamo vivendo – anzi proprio e soprattutto per quanto stiamo vivendo oggi – credo sia indispensabile che la sinistra e i progressisti si uniscano per dare vita a un’alternativa credibile e seria alla società odierna. È indubbio, i due scritti insistono su un punto fondamentale: dobbiamo unirci tutti. Ma dobbiamo farlo soprattutto per costruire, non solo per opporci. Dobbiamo farlo perché sempre più persone, a livello locale e globale, vivono in difficoltà: ogni giorno vedono erodere la loro libertà, la loro dignità, i loro diritti e le loro possibilità – e potrei continuare a lungo con questo elenco.
Sono convinta che sia proprio il malessere, sociale, ambientale e sempre più anche democratico, a impegnare moralmente e pragmaticamente la sinistra, che non può più limitarsi alla difesa di quanto ancora c’è di buono nella società, come fa bene a sottolineare l’appello dei politici di sinistra. Ci vuole coraggio e convinzione per avanzare con determinazione verso la costruzione di una società egualitaria, più giusta, democratica e rispettosa dei diritti e della dignità di tutte le persone, così come dell’ambiente – ed è certo più complesso che immaginare soluzioni basate su divisioni, diseguaglianze e marginalizzazioni.
Non abbiamo però bisogno di un manifesto di sfiducia nelle nostre capacità, come sinistra e come progressisti! Limitarsi a opporsi o relegarsi da soli all’opposizione non ha senso e non serve a chi oggi ha bisogno di un modello sociale e ambientale diverso. Riprendendo l’appello, la conflittualità – anche radicale – è irrinunciabile e importante, ma solo quando serve, non come prassi politica costante. E credo che l’esempio del percorso politico del salario minimo sia lì a dimostrarlo. Per proporsi come sinistra e progressisti, offrendo una prospettiva anticapitalista concreta, democratica, socialmente e ambientalmente equa, paritaria e solidale, prendiamo ago e filo: cuciamo insieme le due proposte e cominciamo finalmente a lavorare uniti per costruire una vera alternativa al neoliberismo e alle sue evidenti nefandezze.
Articolo di Anna Biscossa, già deputata in Gran consiglio, apparso l’11 marzo 2026 su LaRegione