I fautori dell’iniziativa sulla riduzione del canone radiotelevisivo affermano che il canone svizzero sarebbe tra i più cari d’Europa e che per questo andrebbe limitato a 200 franchi.
Mi permetto di contestare questo argomento facendo appello a qualche confronto tra la situazione svizzera e quella di altri Paesi.
La Svizzera ha 9 milioni di abitanti, mentre altri Paesi vicini a noi contano un multiplo di questa cifra (quasi sette volte l’Italia, quasi otto volte l’Inghilterra, oltre nove volte la Germania). Con una popolazione parecchio più grande anche il numero delle persone tenute al pagamento del canone è molto più elevato. I costi fissi dell’infrastruttura per offrire un servizio di qualità non cambiano in rapporto alla popolazione che ne usufruisce, mentre con un numero ben più elevato di utenti è ovvio che all’estero il costo pro capite del servizio si riduce. Oltre a ciò, la Svizzera ha una situazione particolare, essendo un Paese plurilingue. Il servizio radiotelevisivo pubblico da noi è in tre lingue, e le risorse disponibili devono essere splittate a sostegno di tre offerte distinte, in tedesco, in francese, in italiano, in parte anche in romancio, sia per la radio che per la TV.
Tutti gli enti radiotelevisivi esteri operano invece, in un solo idioma, potendo concentrare le risorse senza vincoli linguistici particolari su un’offerta unica. Con molti più pagatori rispetto a quelli svizzeri e con un’offerta monolingue invece della triplice offerta elvetica, il canone degli altri Paesi dovrebbe essere una piccola frazione di quello in vigore da noi.
Ma così non è.Ciò mostra abbastanza bene come le risorse a disposizione della SSR/SRG non siano per nulla esagerate, sovradimensionate o comunque eccessive.
Sono solo la conseguenza del fatto che la Svizzera è piccola e plurilingue. L’ente radiotelevisivo pubblico offre un buon prodotto, qualitativo, variegato, flessibile, ma dovendo essere triplice ed essendo destinato ad un Paese piccolo, ha un costo un po’ più alto di quello in vigore altrove. Tagliare pesantemente il canone, come chiede l’iniziativa, significa rinunciare a un elemento importante del nostro Paese. Oltretutto il risparmio ottenuto sarebbe in gran parte effimero, perché per vedere quello che la SSR/SRG non potrebbe più offrire (sport, intrattenimento ecc.) bisognerebbe pagare le prestazioni, spesso in forma di abbonamento, a questa o a quella piattaforma. Non facciamo l’errore madornale di distruggere il servizio radiotelevisivo pubblico che ci ha accompagnato da ben più di mezzo secolo, votiamo «no» a questa proposta distruttiva per la Svizzera moderna.
Articolo di Manuele Bertoli, già consigliere di Stato PS, apparso il 27 gennaio 2026 sul Corriere del Ticino