Quasi due anni fa mi sono sposata. Da allora, però, è cambiato qualcosa in modo silenzioso ma rivelatore: non ricevo più lettere dell’Ufficio delle contribuzioni indirizzate direttamente a me. La corrispondenza arriva sì a nome di entrambi, ma identifica mio marito come «contribuente », mentre io compaio esclusivamente come «coniuge». Sposarsi non ha cambiato solo l’intestazione delle lettere, ma anche quante imposte paghiamo. Come molte coppie, soprattutto senza figli, lavoriamo entrambi al 100%. E come molte coppie sposate nella stessa situazione, oggi paghiamo più tasse rispetto a una coppia convivente con redditi analoghi. È la cosiddetta «penalizzazione del matrimonio ». L’attuale sistema fiscale svizzero non è neutro: incentiva le coppie sposate in particolare il coniuge con il reddito più basso, che nella maggior parte dei casi è la donna – a ridurre il proprio grado di occupazione o addirittura a rinunciare al lavoro retribuito. Da un lato si consolidano modelli di ruolo superati, dall’altro si rafforzano dipendenze finanziarie che nulla hanno a che vedere con una relazione moderna e paritaria. Le conseguenze di questo sistema si manifestano spesso più tardi, ma sono molto concrete: in età pensionabile, le donne ricevono in media circa 20.000 franchi all’anno in meno di rendita rispetto agli uomini. La disuguaglianza fiscale di oggi diventa povertà di domani.
L’8 marzo abbiamo la possibilità di cambiare rotta. In quella data voteremo sull’introduzione dell’imposizione individuale. Un principio semplice e giusto: ogni persona viene riconosciuta come individuo autonomo dal punto di vista fiscale. Ognuno e ognuna compila la propria dichiarazione dei redditi e paga le imposte sul proprio reddito e sul proprio patrimonio, indipendentemente dallo stato civile. È un passo concreto verso la parità. Non l’unico, forse nemmeno il più importante, ma sicuramente necessario.
Quest’anno ricorrono trent’anni dall’entrata in vigore della Legge federale sulla parità dei sessi, nel 1996. Da allora la parità esiste sulla carta, ma nei fatti non è ancora realtà. Molti passi sono stati compiuti: il congedo maternità, più recentemente quello di paternità, lo splitting nell’AVS, il riconoscimento degli accrediti per il lavoro di cura. Ma molto resta ancora da fare. Mancano posti sufficienti e accessibili negli asili nido, nelle mense e nelle strutture pre e doposcuola (probabilmente nell’autunno del 2026 voteremo su un’iniziativa del PS Svizzero per rafforzare l’offerta di asili nido: bene!). Mancano controlli efficaci e sanzioni per garantire davvero la parità salariale. Mancano più mezzi e più prevenzione per contrastare quella che è a tutti gli effetti un’epidemia di violenza di genere. Serve un’educazione che superi gli stereotipi di genere, fin dall’infanzia. Dire «sì» all’imposizione individuale l’8 marzo significa aggiungere un tassello fondamentale sulla strada verso una società più giusta. Ma è anche chiaro: la battaglia per la parità non si conclude qui.
Laura Riget, Corriere del Ticino 27 gennaio