L’aumento dei beneficiari dell’assistenza sociale in Ticino è un segnale d’allarme che non può essere ignorato. È una tendenza preoccupante, ma tutt’altro che sorprendente. Da anni il costo della vita cresce più rapidamente dei salari, mentre il mercato del lavoro diventa sempre più precario e insicuro. Premi di cassa malati sempre più cari, affitti fuori controllo e beni essenziali meno accessibili stanno spingendo un numero crescente di persone verso l’assistenza. Non si tratta di fallimenti individuali, ma delle conseguenze di politiche che non hanno tutelato a sufficienza il potere d’acquisto e la dignità del lavoro. Continuare a limitarsi alla gestione dell’emergenza sociale non basta. È necessario un cambio di rotta deciso. Serve un salario minimo reale, che garantisca stipendi in linea con il costo della vita in Ticino. Lavorare deve permettere di vivere, non di sopravvivere. Occorre inoltre rafforzare la lotta al dumping salariale, che abbassa i salari e alimenta la concorrenza sleale. Allo stesso tempo, vanno potenziati i programmi di riqualifica e reinserimento professionale, offrendo vere opportunità di formazione a chi rischia di restare escluso dal mercato del lavoro. Infine, sono indispensabili incentivi mirati alle assunzioni, soprattutto per le persone che faticano a rientrare nel mondo del lavoro. Investire nell’occupazione di qualità significa ridurre la dipendenza dall’assistenza e rafforzare la coesione sociale. I numeri parlano chiaro: senza scelte politiche coraggiose, le disuguaglianze continueranno a crescere. È tempo di agire e di promuovere una nuova visione, orientata a soluzioni concrete. Solo con un approccio propositivo e pragmatico sarà possibile superare le criticità strutturali e costruire modelli di welfare più inclusivi. Lo dobbiamo alle oltre settemila persone che oggi chiedono semplicemente di poter vivere una vita dignitosa.
Di Marco D’Erchie, La Regione 23 gennaio