Rispetto per le donne: cominciamo da noi

Ci sono parole che, se pronunciate in un Parlamento, meritano di essere ascoltate con particolare attenzione. Non soltanto per ciò che dicono, ma anche per ciò che rivelano del modo in cui continuiamo a guardare alle donne, alla violenza di genere e alle responsabilità istituzionali.

Nel dibattito di mercoledì in Gran Consiglio, sono stati utilizzati toni profondamente problematici e violenti nei confronti della consigliera di Stato Marina Carobbio ed anche della presidente del Gran consiglio Daria Lepori, né questa è certo la prima occasione in cui si è visto un accanimento particolare verso rappresentanti del genere femminile.

In particolare, le insinuazioni sulla presunta incapacità di Marina Carobbio di riconoscere indizi di comportamenti potenzialmente abusivi da parte di un collega sollevano domande cui bisogna cercare risposta.

Non perché le istituzioni non debbano interrogarsi sulle proprie responsabilità, ma perché addossare a una donna l’onere di riconoscere eventuali abusi commessi da un uomo significa spostare il peso della responsabilità nella direzione sbagliata.

È scandaloso che, ancora una volta, a una donna venga attribuita una colpa che non le appartiene. Proprio come nella stessa dinamica in cui viene data parte della colpa alla donna vittima di violenza per come era vestita, per aver bevuto troppo, per aver flirtato o provocato. È scandaloso che proprio una donna impegnata da anni sui temi dei diritti, della parità e della violenza di genere venga chiamata a rispondere di una presunta incapacità di interpretare comportamenti non suoi. 

La violenza non si previene chiedendo alle donne di diventare sentinelle permanenti degli uomini. Non si combatte attribuendo loro il compito di leggere ogni frase, ogni gesto, ogni comportamento e di impedire ciò che potrebbe accadere. Si combatte costruendo una cultura della responsabilità, nella quale chi agisce in modo abusante risponde delle proprie azioni e le istituzioni dispongono di strumenti seri per prevenire, segnalare e affrontare gli abusi.

In una società nella quale le donne continuano a essere giudicate per ciò che fanno e per ciò che non fanno, chiedere conto a una donna del comportamento di un uomo significa accettare esattamente quella cultura della colpevolizzazione della vittima. Una cultura nella quale le donne non vengono credute, mentre agli uomini viene troppo spesso riservato il beneficio del dubbio.

Le istituzioni devono certamente interrogarsi su come prevenire gli abusi, su quali segnali siano stati ignorati e su quali meccanismi abbiano fallito e vadano riformati. Ma queste domande non possono trasformarsi in insinuazioni personali, né in un processo pubblico per ciò che una donna non avrebbe saputo vedere.

Anche il linguaggio è una forma di potere. E quando viene utilizzato per insinuare una complicità della donna, in questo caso della consigliera di Stato, quel linguaggio diventa parte del problema.

In questo come in altri casi, in Parlamento dovremmo essere capaci di fare una cosa fondamentale: distinguere la critica politica dalla violenza verbale, la responsabilità istituzionale dalla colpevolizzazione personale.

Una donna non può a priori essere ritenuta responsabile di interpretare comportamenti abusivialtrui.

E non deve dimostrare che avrebbe potuto prevederli per essere creduta, rispettata o riconosciuta nella sua lotta contro la violenza di genere.

La responsabilità deve tornare a chi appartiene.

Giulia Petralli, Lisa Boscolo, Laura Riget, Tessa Prati, Cristina Maderni, Alessandra Gianella, Natalia Ferrara.

deputate in Gran Consiglio

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